Kopis

Trama: 

Francesca è una ventenne di famiglia agiata che raggiunge la villa di campagna dei genitori assieme alle sue amiche Alice e Luisa per un weekend di eccessi in compagnia di tre ragazzi. Non sanno di essere spiati da una figura armata di un antico coltello sacrificale e dal volto coperto da una maschera, pronta a mietere vittime e trasformare una notte di svago in un incubo.



Lorenzo Lepori è un regista dal gusto estetico raffinato, capace di sfidare l'esiguità di un budget (gli ottantamila euro che, sullo schermo, appaiono miracolosamente moltiplicati) attraverso una pulizia formale e una fotografia gelida, che richiama alla luce i fantasmi di un cinema che non esiste più. Non quello osannato della "Serie A della B", ma esponenti ben più oscuri e sotterranei, e per fortuna non solo italiani, evocati come demoni da una tavoletta Ouija alla Kevin S. Tenney.

In Kopis, la lezione di Brian De Palma e del suo Vestito per uccidere viene filtrata attraverso la sensibilità erotica e necrofila del giallo italiano dei primi anni Ottanta. Si attraversano i corridoi gotici del Riccardo Freda più odiato, del suo testamento creativo, Murder Obsession, un cinema che anarchicamente è costruito benissimo anche nel delirio da fumettacci alla Oltretomba e attrici messe in scena solo per il macello lubrido dello spettatore. Squartate o spogliate allo stesso modo. 

Due etti e dieci, signora, di prosciutto. Lascio o tolgo?



Sotto la sua coltre di fredda eleganza, di prodotto affetto da disturbo TSA, incapace di generare sentimenti o provarli, Kopis trasuda la sua vocazione di horror-thriller di puro e fiero vecchio stampo. È un ritorno viscerale e senza compromessi a quel cinema di mezzanotte fatto di doppi intrighi, tradimenti e rivelazioni deliranti che al critico abituato a fracassarsi i testicoli a Locarno sfuggirà, o che segnerà, per dirla alla Venditti di Penna a sfera, come "non degno di due pallini", ma che farà scorticare dagli applausi il cinefilo birra alla mano del TOHorror o del defunto Joe D'Amato Film Festival. Il bischeraccio che se deve mandarti a fanculo lo fa e non usa metafore alla Proust.

Lepori, come i suoi spettatori, è altrettanto onesto: non si nasconde dietro falsi pudori autoriali, ma spinge il pedale sulla grammatica più genuina dell'exploitation. Sullo schermo abbondano tette generose, corpi esibiti senza filtri e sangue versato senza sconti: una materia pruriginosa, erotica e violenta, che ci ricorda prepotentemente come il vero brivido del genere debba passare innanzitutto per l'eccesso visivo e per quel corpo dell'Ubalda che madama Fenech ha imposto come canone del genere sesso e killer allo stesso modo dei decamerotici sesso e maremma bucaiola.



Se però negli anni Settanta anche i prodotti più marginali e "miserabili" come La pelle sotto gli artigli venivano nobilitati da un doppiaggio professionale che regalava dignità alla pochezza dei mezzi, oggi il cinema indipendente si scontra con il muro della recitazione in presa diretta. In Kopis, la regia di Lepori rischia di essere soffocata da interpretazioni che oscillano pericolosamente: da una parte Pascal Persiano e Aurora Bastia mantengono una compostezza professionale, dall'altra il resto del cast scivola spesso in un dilettantismo che riporta alla mente lo slasher americano più sotterraneo e amatoriale alla Racing Fury. È un contrasto stridente: la bellezza carnale delle immagini viene stuprata da voci che non sanno farsi corpo, allo stesso modo di un dating al buio di Tinder.

Al centro di questo conflitto brilla, magnetica, la figura di Simona Vannelli. La sua interpretazione trascende i rigidi schemi accademici per farsi pura recitazione istintiva, sanguigna e viscerale. Si impone sullo schermo come un corpo cinematografico assoluto. Come una Angie Dickinson trasfigurata nella variante del Michael Caine di Dressed to Kill, infettata dalle mutazioni di Seth Brundle, la Vannelli mette in scena una recitazione magnifica e dolorosa contro lo scorrere del tempo. È allo stesso tempo vittima e carnefice, una crisalide che si frantuma per diventare altro. La sua presenza scenica cannibalizza l'inquadratura, surclassando interpreti più giovani grazie a un'espressività primordiale e a una capacità di abitare lo schermo che appartiene solo alle Dee dell'Olimpo, le Linda Blair, le Sidney Prescott, le Jamie Lee che in alcune ucronie vengono venerate in templi greci ora dedicati ad Afrodite di Cnido.



Resta però l’amaro in bocca per l’utilizzo puramente decorativo del kopis, l’antica lama ricurva che battezza la pellicola. Quell’acciaio greco, simbolo di ancestrali sacrifici rituali, avrebbe meritato di assurgere a vero e proprio feticcio horror, capace di scatenare quell'ossessione feticista degna di un cult come Maya di Marcello Avallone. Invece, la lama di Lepori rimane un orpello spesso inerte, un feticcio di sfondo che non riesce mai a sprigionare davvero la sua carica mitologica, lasciando l'arma un'attesa inattesa.

Kopis resta così un’operazione riuscita a metà, un meccanismo sospeso tra l'ambizione visiva e una sceneggiatura — firmata da Lepori con Antonio Tentori — che fatica a trovare il ritmo necessario. Ma è nel finale che il film alza davvero la cresta: una chiusura allucinata che guarda a Non aprite quella porta, un incubo di lame, vetri rotti e identità che si frantumano. In quegli istanti, tra il sapore del sangue e il brivido spietato della morte, Lepori ritrova la bussola e ci regala un pezzo di cinema autentico.

Andrea K. Lanza


Kopis

Regia: Lorenzo Lepori 

Anno: 2025 

Interpreti: Robert Madison, Simona Vannelli, Aurora Bastia, Andrea Bonella, Roberta Riccio, Pascal Persiano, Beatrice Nardini, Gaia Nardozza, Matteo Zanotti, Niccolò Riggioni, Luca Pianta, Grazia Sola

Durata: 85 min.



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